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Manifesto per un suono povero

Giotto - San Francesco predica agli uccelli
Giotto – San Francesco predica agli uccelli

Ormai da diversi anni noi di ASSISI SUONO SACRO stiamo portando avanti una approfondita ricerca (supportata da strutture laboratoriali sia teoriche che pratiche) intorno al rapporto musica e sacro. Non siamo i primi e non saremo gli ultimi eppure ciò che fa la differenza – e di questo ne siamo profondamente convinti – è l’aver legato questa ricerca alla figura esemplare di San Francesco d’Assisi. Allora di quale suono siamo alla ricerca? Un suono sacro che è tale solo se cercato come suono povero. Questa ricerca presuppone un passaggio decisivo dal sacro al santo – una vera e propria conversione; anche se la nostra ricerca non vuol essere caratterizzata in senso confessionale. Siamo convinti però che senza questo passaggio il nostro tentativo si appiattirebbe sulla dilagante moda del NEW AGE, dove per sacro si intende qualcosa di genericamente spirituale che si aggancerebbe a non meglio specificate energie cosmiche, a forze trascendenti e/o immanenti vaghe ed indeterminate a cui una musica d’atmosfera dovrebbe facilitare l’accesso. La musica cercata non è neanche la tradizionale musica sacra, ovvero la musica così chiamata solo perché a soggetto religioso. Per noi, invece, la musica sacra va distinta in linea di principio (e non certo di fatto) dalla musica a soggetto religioso – naturalmente ciò non toglie che spessissimo questi due modi di fare musica si siano incontrati ed abbiano coinciso.

 Assisi - veduta
Assisi – veduta

Si comprende come sia decisivo per la nostra ricerca di un suono sacro il fatto che questa ricerca abbia come centro di gravità la cittadella di Assisi. É per questo che non basta ad un suono essere sacro, deve essere santo e per essere santo deve essere povero: perché? Non per un mal compreso pauperismo compiaciuto di sé; infatti qui si allude in primo luogo a quella povertà in spirito che fa beati. Nessuno, nemmeno il suono di cui andiamo alla ricerca, può essere veramente santo se non vive in questa povertà che francescanamente coincide con la perfetta letizia. Ora, così come il canto di ringraziamento dispensa dal dire (cantare è un modo di tacere), della povertà non si parla, essa si vive; pur tuttavia qualcosa dobbiamo dirne così esponendoci al rischio di perdere quella santità che nessuno possiede a priori.
Il suono della povertà è un suono che eccede le componenti costitutive del discorso musicale: ritmo, melodia, armonia, composizione… è un suono che in qualche modo si ripiega su se stesso rifiutandosi ad essere suonato (resiste e si oppone ostinatamente alla musica che vorrebbe suonarlo: una opposizione etica prima ancora che estetica). È un suono che resiste! Il suo risuonare è comprensibile solo nella misura di questo resistere. Eppure è un resistere non ostentato, non gridato, non rivendicato… non perché un suono povero sia necessariamente un suono muto o una voce che si ammutolisce. Anzi, lo abbiamo continuamente nelle orecchie ed è per questo che non riusciamo ad ascoltarlo, soltanto ad ascoltarlo. Esso risuona ma senza eco nella musica che vuole suonarlo. La nostra ricerca, quindi, è la ricerca di una musica che lotti contro se stessa per liberarsi da se stessa (la sua storia, le sue regole, i suoi generi ecc.) e così dis-chiuda quell’ambito (un luogo-nonluogo, cioè qualcosa di utopico) in cui un suono povero possa essere ascoltato. La difficoltà sta proprio qui: infatti, alla richiesta pressante di molti (ma cosa intendete per “suono povero”?) non possiamo che rispondere poveramente che un suono povero è un suono che può essere solo ascoltato e non compreso. Per questo è non solo inaudito, ma anche al limite inaudibile – e non perché rimandi ad un metafisico silenzio al di là della musica, né perché nichilisticamente non ci sia più nulla da ascoltare essendo tutto parimenti insensato. Ascoltarlo è difficile perché sta continuamente nelle nostre orecchie – si tratta non di ascoltare questo o quello, ma di ascoltare l’ascolto (ecco perché la ricerca di Assisi Suono Sacro

 Giotto-Sposalizio di San Francesco con la Povertà
Giotto-Sposalizio di San Francesco con la Povertà

comporta tutta una elaborazione di una estetica e di una ermeneutica dell’ascolto come paradossale passività attiva). Questa è la perfetta letizia, che è una cosa sola col suono povero. Per povertà, infatti, non si intende una mancanza, bensì un eccesso anche qui secondo il principio francescano del nulla avere e perciò tutto possedere! Il suono povero è lieto perché irriconosciuto ed irriconoscibile, inteorizzato perché inteorizzabile. É l’impossibile stesso; tuttavia solo l’impossibile può realmente accadere. Un suono per niente vuoto ed astratto, ma a tal punto reale da accadere prima che sia data la sua stessa possibilità. Per questo il compito che ci siamo proposti stilando questo strambo manifesto è quello di enucleare nella misura del possibile quelle che vogliamo chiamare le condizioni di im-possibilità di un suono povero. Esso non può essere progettato o previsto o calcolato – ha il carattere arrischiato di una scommessa. Ma se non è possibile né conoscerlo, né riconoscerlo come cercarlo? Oppure il suono povero ci ha già trovato e noi non ce ne siamo ancora accorti? É qualcosa che sta già avvenendo, non però nella forma epifanica di una apparizione, ma nella forma strana di una sparizione. Per questo parlare di un ‘manifesto’ per il suono povero significa non capire la posta in gioco – qui si tratta più di una sparizione che di una apparizione. Il suono povero c’è senza esistere. Esso non può essere progettato, ma solo testimoniato e testimoniato proprio nella sua im-possibilità. Allora anche noi vivremo la povertà e quindi la perfetta letizia di un ascolto di qualcosa di inaudito ed inaudibile che non sta al di là della musica (come un metafisico silenzio) ma sta nella musica e al limite in ogni musica – quindi un suono povero esige e ci insegna un ascolto povero perché chiuso alla sapienza (musicale) di questo mondo. Capite la nostra difficoltà: il suono povero non è un argomento di conversazione! Non è, però, una utopia di là da venire, ma è una utopia realizzata. Ascoltarlo richiede esercizio perché bisogna limitarsi al solo ascolto resistendo alla tentazione di comprendere. Il suono povero può solo essere più che compreso.
Ora diventa decisiva la via che si è scelta per arrivare lì dove si dà senza esserci un suono povero: è la via della ispirazione, della intonazione e della improvvisazione… Ma su questo punto di importanza capitale preferiamo per ora tacere, visto che la nostra ricerca in tal senso è appena cominciata.

Michele Bianchi
e
Stefano Valente

7 Risposte a “Manifesto per un suono povero”

  1. Assisi Suono Sacro: immagini e omnicrazia in musica, 2014, in ‘L’attualità’, n. 6, giugno, p. 12 (‘Problematiche storiche e sociali’)

    Un suono sacro «è tale solo se cercato come suono povero», abbiamo scritto, io e Stefano Valente, nel Manifesto per un suono povero. Il segreto di un suono sacro che vorrebbe stringersi alla città che dà il nome a Francesco – abbiamo indicato – non è un mistero misterico, un mistero dei misteri che esclude sempre qualcuno per la sua struttura opposta alla comunità di tutti, contro-essoterica. Questo segreto omnicratico del suono, questo mistero del sacro è piuttosto qualcosa che abbiamo sotto gli occhi, e che contemporaneamente ci si presenta come un compito: vedere, semplicemente, senza proiettare, o proiettarsi in ciò che si vede, in ciò che noi vediamo. Vedere, quel che vediamo, non come un possesso – la nostra visione – bensì vedere verso noi. Essere convinti di questo mistero che dobbiamo solo vedere – qualche volta la cosa suona, sembra proprio così e non c’è più ragione di dubitarne – lascia indovinare un punto critico di passaggio che concerne suono e immagine a un tempo: dal sacro al santo. Si tratta di un punto di conversione topologico presente nella ricerca stessa di un suono sacro, un punto, precisamente, che deve avere luogo da qualche parte, perché quel suono sia sacro nel senso di un alleggerimento, e non invece l’identità di un sacrificio di sé, di una proiezione, di una identificazione proiettiva. Non basta a un suono essere sacro, deve essere santo, e per essere santo deve essere povero, contento, come Francesco, idiota, come Francesco, illetterato, come Francesco, dove la letizia si presenta senza la macchia di una domanda, che ci costringerebbe a un suono sacro, e quindi a muoverci ancora una volta contro noi, a proiettare a partire da noi, noi. Se la letizia che cade col suono non sarà stata perfetta non potrà mai cadere il sospetto che in quel suono suonato da noi si sia trattato solo di un sacrificio, e quindi ancora una volta solo dell’adorazione della vita come dell’adorazione di una potenza proiettiva. E invece si tratta, secondo noi, nel suono sacro, quando povero, più di una persona che si ama perché ci ama mentre andiamo verso noi, che una persona cui si deve qualcosa, che ci costringe a… suonare, vedere. No. Nessuna coazione a suonare nel suono che dal sacro è passato attraverso il suo punto di crisi, che chiamiamo, qui, santo. E ciò che vale per ciò che si sente deve valere per ciò che si vede. Ora, quella “persona” che viene verso noi – il suono povero – è forse anche quel tu omnicratico (cf. la teoria politica di Aldo Capitini e la teoria della cultura di Vittorio Mathieu a un tempo) «su cui fondare in maniera sempre arrischiata una sintesi che sia viva e vitale, sempre aperta alle sollecitazioni dell’altro», dicevamo (con Valente) nel Manifesto per una filosofia dell’inter-cultura pubblicato nel numero di maggio de ‘L’Attualità’? E quando in La musica fa bene? (titolo completo: “Il suono crea forme? La mucca fa latte? La musica fa bene? Vibroterapia, dal sacro al santo: tesi su battere il tempo e povertà”), articolo a puntate il cui primo episodio data sempre maggio, si ragiona sull’animale “musicale” cercando di evitare “proiezioni” antropomorfe, non si sta forse tornando sul grande folle gesto di San Francesco d’Assisi? Il gesto di parlare agli uccelli? Come le mucche di Sergio Bonato, che battono il tempo a noi – e non noi a loro – così gli uccellini di Francesco, ci indicano un governo di tutti.

    Michele Bianchi

  2. PS: “Manifesto per un suono povero” è stato pubblicato sullo stesso numero de “L’attualità” dove è stato pubblicato “Assisi Suono Sacro: immagini e omnicrazia in musica”, e precisamente a p. 14, all’interno della rubrica “Eventi di storia e di attualità”

  3. Il suono povero dell’amore

    Il suono povero dell’amore è udibile solo a chi lo sa ascoltare in perfetta solitudine e godere in perfetta comunione. Questa è l’eternità in cui si dilatano ed espandono due esseri separati e unici le cui mani si tendono reciprocamente all’infinito.
    Non posso stabilire l’esatto momento in cui si presenta la possibilità di erodere il “rito” (vedi: conferenza del 1919 per la Commissione per la salvaguardia dei monumenti e delle antichità del Monastero di S. Sergio di Pavel A. Florenskij, Chramovoe dejstvo kak sintez iskusstv, Mosca 1920, Храмовое действо как синтез искусств) pur avendo l’idea dell’esistenza di una soglia di passaggio fra l’esperienza del dubbio d’amore e la cessione dello stesso a favore di alcuni momenti. La storia incompiuta si fa carne nel passaggio fra la resistenza e la cessione. Esempio: La donna che si protrae e si ritira per poi concedersi. L’uomo che desidera e consuma per poi riposare (vedi: Jean-Luc Nancy, Tombe de sommeil, Galilée, Cascare dal sonno, Cortina). Ecco, è su quel ponte che si consuma la scommessa chimico-biologica che deciderà se delegare il potere della gestione delle nostre nudità l’uno all’altro. Il rito d’amore è pubblico! Non potrebbe essere altrimenti. Al di fuori di questo processo mnemonico-antropologico vi è solo una proiezione di irresponsabilità delle proprie azioni ed inconsapevolezza del proprio sentire (vedi: Michele Bianchi, Assisi Suono Sacro: immagini e omnicrazia in musica, in ‘L’Attualità. Periodico mensile di società e cultura’, 6, 2014, p. 12 e Stefano Valente, Metacritica della sessualità, in corso di pubblicazione sul numero 7/2015 de ‘L’Attualità. Periodico mensile di società e cultura’). Se “l’amore rimane” quale bellezza figlia dell’unica vera povertà (vedi: Marko Ivan Rupnik, I racconti di Boguljub. L’amore rimane, Lipa 2006), abbiamo il dovere di vigilare e conservare nel nostro cuore questo resto realissimo come l’opera d’arte capace di indicarci la giusta direzione da imprimere alla nostra vita. Cominciamo a spalare via, insieme, l’anti-umano senso della vita che lo ricopre di frastuono indegno! Armiamoci… e partiamo!!!
    Anna Rossi – Cesena (1 maggio 2015)

  4. Мой инструмент молчит и замерла душа,
    Натянутой струной ты еле дышешь.
    А музыка звучит, мелодия жива…
    Ты отпусти ее, пусть все ее услышат

    ***

    Il mio strumento tace e appende l’anima,
    che sta come corda appesa e respira appena.
    Intanto la musica suona, vive la melodia…
    Tu lasciala stare, a tutti falla sentire

  5. oggi è stata una giornata meravigliosa per quello, che mi ha fatto tornare nel’origine…ringrazio Michele, per questo che ancora, millesima volta, il nostro collaborazione, conferma che uomo+donna è un antenna più forte in sua sottigliezza che uno senza l’altro…

  6. ho scritto questa poesia “Il mio strumento…” nel 2oo1, solo adesso ho capito il senso complessivo solo dopo di lettura MANIFESTO PER UN SUONO POVERO. Ringrazio Mechele Bianchi per la traduzione di questa poesia che mi ritornata in mente oggi.

  7. «L’insistenza ha una sola ragione, quella civile di provare a sfatare l’unilateralità generica dell’arte e quella specifica della musica, aprendo alla multilateralità della parola e della critica, e ciò per dare una qualche ragione o un qualche diritto di legittimità alla cultura superiore della coscienza. E, tuttavia, avvertiti come siamo dalla nota ammonizione di Lacan, secondo la quale bisognerebbe sempre portare il pensiero a rifiutare il discorso analitico alle canaglie, non ce la siamo sentita di rinunciare a forme di pensiero tenute unicamente aperte tra l’idealità del domandare e la volontà di sapere» (dalla conclusione del mio libro Moz-art, Editrice Veneta 2006)

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