Quel mondo di misteri e leggende: i Monti Sibillini

 

cima del redentore

cima del redentore

In un piccolo viaggio estivo, munita di tenda mi sono imbarcata in un luogo unico nel suo spettacolo naturale e nel suo misticismo: i monti Sibillini, cosi maestosi e selvaggi offrono tra i paesaggi più mozzafiato del centro Italia. Pensare che Leopardi li chiamava “ i monti azzurri”proprio perché guardandoli da lontano le loro cime aguzze, i pendii ripidissimi che hanno una sfumatura color turchino,li fanno sembrare di vetro. I Sibillini sono il cosiddetto regno della magia, dell’ esoterismo, dove regnano le fate e molte leggende che li hanno fatti divenire luogo di antichissime tradizioni. La toponomastica sibillina è ricca di luoghi magici e se vogliamo anche un po’ spaventosi: la Grotta del Diavolo, Val dell’ Inferno, Valle scura, Pizzo del Diavolo,Monte Sibilla, Passo del Lupo, Monte cattivo ,il passo delle streghe, Monte di morte, l’Infernaccio. Sono luoghi molto particolari e non a caso gli vengo attribuiti questi nomi, ad esempio Infernaccio è un susseguirei gole buie e molto profonde che sono scavate dal fiume Tenna che scorre in velocità fra i sassi e crea magicamente una colonna sonora molto suggestiva. Le leggende più famose dei Sibillini sono legate alla Grotta della Sibilla e al Lago di Pilato. La Grotta della Sibilla si trova sui pendii del Monte ed è raggiungibile solo a piedi, è chiamata anche la grotta delle fate e la leggenda vuole che questa sia l’ ingresso al regno di delizie e perdizione della Regina Sibilla. Il lago di Pilato, si trova sulla cresta occidentale del Monte Vettore considerato anch’esso un posto esoterico. La leggenda vuole che il corpo di Pilato giaccia ancora nei fondali del lago e che chiunque ci scaraventi un oggetto sia poi maledetto dalla furia di Pilato stesso.

grotta della sibilla

grotta della sibilla

Alcuni giovani turisti, quest’ estate ci raccontarono che avevano soggiornato alle sponde del lago per tutta la mattinata. Uno di loro scherzando lanciò un sasso nel lago iniziando cosi un gioco di sfida con gli amici. Non ci volle molto tempo, l’ aria cambiò, il vento si alzò e cominciò a diluviare talmente forte che i giovani turistici rimasero spiazzati per il brusco cambiamento atmosferico. Non conoscevano assolutamente nulla della leggenda del lago di Pilato e rimasero impietriti quando seppero. Il lago di Pilato è stato meta di stregoni, maghi, alchimisti da tutta Europa, e ancora oggi questi luoghi sono considerati i più fertili per riti di ogni sorta; nonché nei paesi alle pendici del monte, gli abitanti giurano di notare nelle notti più limpide minuscoli cortei di fiaccole sui boschi.
Negromanti di ogni tipo, se non proprio maghi e demoni, hanno abitato sicuramente il monte e la grotta stando a testimoni più o meno diretti come Enea Silvio Piccolomini, Benvenuto Cellini, Luigi Pulci, l’Ariosto, Flavio Biondi. Sembra che i santi abati di Sant’Eutizio già nel secolo VIII per ordine di papa Giovanni abbiano fatto crollare la grotta, operazione ripetuta poi dal repressore Albornoz nel 1354, e purtroppo anche in tempi molto recenti, grazie ad un maldestro tentativo di scavo con la dinamite.
Tra i contadini si pensava ancora, fino agli anni Sessanta, che venti e tempeste erano scatenati dal passaggio di maghi e streghe. Leggende analoghe circondano anche il cupo specchio del lago di Pilato, i cui diabolici abitatori avrebbero addirittura richiesto il sacrificio di un uomo all’anno e che in epoca Rinascimentale fu anch’esso luogo di culti particolari. Il lago è in una depressione del monte Vettore sotto il pizzo del Diavolo.
FukPxmOPrecauzioni per una eventuale scalata al monte della Sibilla, le tempeste improvvise, le vendette della maga.
Secondo l’antropologo Mario Polia , le fate appenniniche erano avvezze alle asperità della montagna] e non sono da considerarsi come figure assimilabili alle creature leggiadre delle tradizioni celtiche alle donne-elfo della tradizione germanica fatte di luce solare, alle fate delle fiabe che ballano nelle radure dei boschi o alle figure minori delle ninfe greche.
Le fate sibilline amavano danzare nelle notti di plenilunio e, appropriandosi segretamente dei cavalli[ dei residenti, raggiungevano le piazze dei paesi vicini alla loro grotta per ballare con i giovani pastori. Sempre secondo questi ricordi si attribuisce alle fate l’aver introdotto il ballo del “saltarello”.Secondo la leggenda, dopo essere uscite dalla loro grotta, le fate si fermavano presso una stalla per impadronirsi degli equini ed utilizzarli per rapidi spostamenti. Il proprietario dei cavalli insospettito dal ritrovare al mattino le bestie sudate ed affaticate, nonostante la fresca temperatura del ricovero, si appostò per capire cosa succedesse durante la sua assenza e scoprì che erano proprio le fate a servirsi dei suoi animali.
Anche in alcuni detti popolari sopravvive il ricordo di queste misteriose creature quando si dice: “Quanto sono belle queste fate, però jè scrocchieno li piedi come le capre.
Polia riporta questa frase nella narrazione del racconto in cui descrive l’avvenenza di queste donne ed il desiderio degli uomini di riaccompagnarle presso la loro dimora. Da questa abitudine delle fate di avere contatti con il mondo che le circondava nasce anche il tema del mito dell’amore che le legava agli uomini. Questi ultimi, una volta entrati in contatto con loro, sarebbero stati sottratti al loro mondo, abbandonando così la sorte di semplici mortali, ed investiti di una sorta di immortalità virtuale[6] che li avrebbe lasciati in vita fino alla fine del mondo, così come succedeva alle fate, ma costretti a vivere nel sotterraneo regno di Alcina.
Giuseppe Matteucci porta a conoscenza del termine “Alcina”, mai utilizzato da Andrea da Barberino nel testo originale, proviene dalla falsificazione del romanzo “Il Guerrin Meschino”. Nel

Lago.Pilato-800
1595 il romanzo fu stravolto e la figura della Sibilla, donna sapientissima, fu trasformata, non si capisce per quale ragione, in donna di malaffare.
Cesare Catà traccia un parallelismo tra le leggende della Sibilla appenninica, del Tannhäuser germanico e del mito celtico di Oisìn, individuando quello che Claude Lévi-Strauss definisce “mitema”.
Sono infatti numerose le similarità tra le “fairies” celtiche e le fate sibilline (così come tra i folletti irlandesi, chiamati “Leprechauns” e i folletti dei Monti Sibillini, detti nella lingua locale “Mazzamurelli”). Come nella cultura celtica, anche in ambiente sibillino le figure delle fate e dei folletti presero forma nell’incontro sincretico tra culti pagani e tradizione cristiana.
Alcuni sostengono che le fate ci siano ancora adesso sui monti Sibillini e a riscontro di questa convinzione adducono fantasiose prove:
le treccioline delle criniere delle cavalle. A volte gli animali condotti liberi al pascolo sui monti, tornano con la criniera pettinata a treccioline ed i valligiani sostengono che le artefici sarebbero le fate; le luci random, fenomeno osservato in prevalenza nella zona di Santa Maria in Pantano, a Colle di Montegallo quando, dopo il tramonto, sulle montagne si vedono delle luci che si muovono come se fossero delle persone, individuate come le fate che risalgono i pendii.

cascata-800
Le fate sibilline furono demonizzate per lunghi secoli dalle prediche di santi e di frati e costrette a rifugiarsi nelle viscere della montagna e costrette ad entrare a far parte del mondo invisibile.
Sempre secondo la ricerca di Polia, gli abitanti delle zone imputano la scomparsa delle fate ad una sorta di “scomunica” inflitta loro da Alcina che volle punirle per aver incautamente mostrato le loro parti caprine.
Le emozioni vissute su questi monti cosi magici nel loro spettacolo naturale, mi ha purificata, c’è una pace eterna, vivi delle emozioni inspiegabili attraverso la natura e tutte le sue sfaccettature; dall’alba al tramonto c’è uno spettacolo di luci, profumi che ti accarezzano il volto e ti lasciano in perfetta armonia con te stessa. Sarà la magia della Sibilla?, non lo so, so solamente che questi monti hanno del MAGICO inspiegabile.

Dr.ssa Chiara Sabatini

Author: inasherahart

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