Crea sito

Davide Cortese – Darkana

Vi segnaliamo una raccolta di poesie appena pubblicata da Lieto Colle, l’autore è Davide Cortese, “Darkana”  il titolo del libro.

Davide Cortese è nato nell’ isola di Lipari nel 1974 e vive a Roma. Si è laureato in Lettere moderne all’Università degli Studi di Messina con una tesi sulle “Figure meravigliose nelle credenze popolari eoliane”. Nel 1998 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, titolata “ES”, alla quale sono seguite le sillogi: “Babylon Guest House”, “Storie del bimbo ciliegia”, “ANUDA”, “OSSARIO”, “MADREPERLA”, e “Lettere da Eldorado”.
I suoi versi sono inclusi in numerose antologie e riviste cartacee e on-line, tra cui “Poeti e Poesia” e “I fiori del male”. Le poesie di Davide Cortese nel 2004 sono state protagoniste del “Poetry Arcade” di Post Alley, a Seattle. Il poeta eoliano, che nel 2015 ha ricevuto in Campidoglio il Premio Internazionale “Don Luigi Di Liegro” per la Poesia, è anche autore di due raccolte di racconti: “Ikebana degli attimi” e “NUOVA OZ”, del romanzo “Tattoo Motel” e di un cortometraggio: “Mahara”, che è stato premiato dal Maestro Ettore Scola alla prima edizione di EOLIE IN VIDEO e all’EscaMontage Film Festival.

Davide Cortese

Dalla prefazione di Manuel Cohen:

La nuova raccolta di Davide Cortese, Darkana, è l’ottava prova in versi di una voce interessante e inquieta e anche, con quest’ultimo libro, davvero singolare, che ha in attivo anche una buona produzione narrativa e versi nel dialetto della sua isola d’origine. Si tratta di un libro di poesia vero
e proprio, che si presenta con i tratti peculiari di marcata e di consapevole distanza, tonale e ritmica, dal presente linguistico: non è casuale ed è una scelta voluta, precisa ed insistita, consapevole e rischiosa. Come se l’autore ci tenesse a rimarcare il proprio dissenso, o piuttosto, la propria
disappartenenza a una lingua della poesia contemporanea comunemente connotata da formularità lineari e da medietà tonali e sintattiche spesso tendenti a una comunicazione tanto semplificata quanto ovvia, e spesso sconfinante nelle lingue di sabbia o di plastica della comunicazione e della prosa più adiacente o prossima.
Sarà questa una delle ragioni per le quali assistiamo, da lettori, ad una progressiva discesa nell’enigma, tesa alla ricerca delle ragioni più intime, o propriamente, ‘buie’ dell’essere, nel continuo affronto o combattimento dualistico tra sé e altro da sé, tra bene e male, tra inferno e salvezza. Il
viaggio è dunque da intendere quale continuo affondo nell’immaginario linguistico e nell’imagerie fisica e psichica: una catabasi. L’arretramento di marca Orfica, e la ricerca fino alle scaturigini del senso e della sua rappresentazione o resa verbale, visiva e sensoriale, penetra come in un percorso a ritroso nelle ragioni e nella figuralità remota, arcaica e proto-novecentesca di Dino Campana, alla cui risonanza o ascendenza sembra idealmente riconnettersi. Una ascendenza o paternità, citata in un exergo ancillare e anticipatore dello scenario in cui muovere pensiero e azione: ‘bocca-serpente’, ‘cuore-mistero’. Nello sprofondare nell’oscurità, la lingua ha accensioni allegoriche, attua apparenti esercizi di surrealtà, inscena continuamente frizioni di immagini e di senso con metafore
ossimoriche che sottendono una lingua tesa, neo-barocca e neo-orfica, verticale, e drammaticamente esposta: un pulsare di bagliori e di luci nella notte, un ardere di figure, un bruciare figurale dell’interiorità sovraesposta, inseguita, cacciata o rincorsa; e allora sono “lampi di buio”, “ruggire luce”, “tigre di luce” e uno “sguardo allucinato”, nel solco della metafora più canonica e di una poetica dell’analogia, dell’inseguito e dell’inseguitore: una pantomima dell’io che si rincorre, confuso nella sua identità di viaggiatore nella notte, o di più classico ‘viaggiatore d’ombra’: “Mi vede. / Lo vedo. / Ha il mio volto.” Tutta l’impostazione della voce è alta, impostata e ieratica (dalla solo apparente fissità o rigidezza) e sebbene priva di ogni enfasi, indica un percorso vertiginoso, una lingua da vertici e vertigini campaniane: il ‘sogno della vita in blocco’. Si prenda, a esempio, il testo Incedo ieratico e fiero :

“Incedo ieratico e fiero,
nera perla di silenzio minerale.
La mantide verde tra i miei capelli.
La bocca come un taglio sul volto.
Mi illumina il fuoco dell’inferno.
Esulta la geenna nei miei occhi.
La strada guizza come serpe nera,
è destriera della mia nudità.
Mi porta sul suo dorso, la strada,
è la serpe che cavalco nera.
Incedo solenne nel nudo mistero
con il vento che trema tra i capelli.
E la mantide verde ha i miei occhi.”

Ogni verso gode di una sua specifica autonomia significante e testuale: possiamo cioè affermare che siamo di fronte a una sequenza di versi-frasi monorematiche: cioè di versi autonomi, di valenza assoluta e non relativa o correlativa. Ogni verso ha un significato, a prescindere da tutta intera la
costruzione. È l’assolutizzazione di senso, dell’autonomia del significante così cara alla poetica simbolista e, di seguito, al paradigma di questa poesia: i Canti orfici del poeta di Marradi, Dino Campana, che qui, incredibilmente, rivive con i motivi e i luoghi della sua poesia: le cattedrali e il tempo, le tigri e i serpenti, la notte e la tenebra. L’agglutinarsi in sequenza pressoché continuo di particelle pronominali (mi, miei), per un totale di 8 su circa il doppio del totale dei versi, ribadisce l’orizzonte di riferimento, l’interiorità dell’azione, la “mia nudità”. L’immaginario inoltre, offre uno
spiazzamento temporale, o culturale: la drammatizzazione della luce, la sua dinamica, allegorizza lo ‘stadio dell’io’ nicciano, mentre la scena e la speculazione sembrano lontane anni luce dalla poesia colloquiale, solidamente comunicativa o assertiva di questi anni. È come se Davide Cortese volesse condurre la sua ricerca linguistica in un’area vintage, anteriore alla cultura post-moderna di cui noi
tutti siamo intrisi. Per questo ricorda Il canto della tenebra, per questo attinge ad un modello unico,
quasi irripetibile. Coniugando poi l’orizzonte campaniano con l’istanza plastica, meglio, pittorica, della drammatizzazione chiaroscurale caravaggesca.
Così il titolo, Darkana, si pone inevitabilmente quale spia di senso plurimo, vero e proprio enunciato programmatico del testo: coniato dall’unione del sostantivo dark, oscurità, e arcana: misteriosa (e quindi oscura). E come quando nella grande poesia universale, senza età e senza mode, aliena dal tributare un qualche pegno alle urgenze del quotidiano, cogliamo la potenza sorgiva e ritornante, l’orfismo delle matrici di senso o degli archetipi: ecco allora, in uno dei testi
più potenti del libro, quel riaffiorare dalle acque, quel riemergere di isole-entità, di terre-io, quell’ergersi da e sul mare dell’iceberg della soggettività:

“C’è altrove un mio volto
che emerge dalle acque
e si fa isola.
È la punta di un iceberg
sepolto dall’abisso.
C’è altrove un’isola arcana
che non è che il mio volto
emerso
in un altro tempo.”

La poesia, quando c’è, sa liberarsi di tutto, sa liberare l’immaginario fino alla sua resa dirompente e
imprevedibile, alla sua lettura sghemba, alla sua visione compiutamente altra, diversa, delle cose. Basterebbe questa poesia singola per spiegare, da sola, la necessità di un libro. Ma il libro,Darkana, per intero, sarà una gioia inattesa per il lettore attento e aperto alla novità del non ovvio, del non
codificato. Leggerlo sarà una esperienza nuova, un vero e proprio choc semantico e sensoriale, come dovrebbe essere l’esperienza che abbia la forza e l’ospitalità di una ‘zattera’ per ogni disperso, con la compiutezza di “portare i giorni da una riva all’altra del tempo”, come dovrebbe essere il
reale intendimento dell’arte, l’autentico portato di un Libro di poesia.

Davide Cortese – “Darkana” (LietoColle, Como, 2017)

Sette Poesie tratte da “Darkana” (LietoColle, Como, 2017)

A volte la pettino
questa tristezza fiera.
Porto al guinzaglio
un silenzio feroce.
Sorry mama.
Ogni mio sogno ha la criniera.
“Hic sunt leones”
mi tatuo sul cuore.
Il fuoco trema, io no.
Sorry mama.
Parlo la lingua del buio.
Lingua viva è l’oscurità.
Io sono il demone, temo.
Sono il fuoco, ma non tremo.
Sorry mama.
Sono potente quando sbaglio.
Io sono un bambino cattivo.
The devil.
Le diable.
Il vivo.

*

C’è altrove un mio volto
che emerge dalle acque
e si fa isola.
E’ la punta di un iceberg
sepolto dall’abisso.
C’è altrove un’isola arcana
che non è che il mio volto
emerso
in un altro tempo.

*

Le mie mani, secoli or sono
furono tatuate sul petto
di un giovane marinaio di Lisbona.
(Stringevano l’elsa di una spada.)
E’ già accaduto
nella canzone di un vecchio di Baghdad
il bacio che io e te ci siamo appena dati
dicendoci: “tu sei il mio demone”,
“il mio demone sei tu”.
Qualcuno mi ha già conosciuto
a un ballo in maschera a Dresda
nel 1723.

*

Navighi nel mio buio
tacendo la canzone antica.
Remi nel mio sogno di te.
Fendi il mio mare segreto
nell’alba tragica dei miei occhi.
Tracci il periplo del mio volto
e indugi sulla mia bocca.
Ti sento tra le labbra
bruciare come nome proibito,
come una parola celata
che tutto avvelena del suo mistero.

*

Nella lucente burrasca
apro l’ombrello nero.
Sfodero un sorriso macabro
e inizia il mio grande numero.
Si muta in giostra
il mio ombrello cangiante.
Ruota nella burrasca di luce.
Cavalco i demoni della giostra nera
nell’epica marcia dei fulmini.
La pioggia mi sferza il volto,
bagna il mio turgido sorriso.
Ruota l’ombrello,
come vortice oscuro.
Mi trascina con sé in paradiso.
Perforando nubi d’oro
squarcia un candido sipario.
Imbratto le nuvole
con piogge d’inchiostri amari.
Incendio le ali
di arcangeli nudi.
Vedo il loro volo
dare fuoco al cielo.
Una mia sola lacrima
avvelena il fiume sacro dell’Eden.
Prima che smetta di piovere
mi inchinerò alla mia ira,
ne sentirò il poderoso applauso,
mentre sugli alberi i bei frutti
marciranno lesti ad uno ad uno.
Cadrà un’ultima goccia di pioggia.
Chiuderò l’ombrello
e calerà il sipario.
Perché non giunga l’arcobaleno
ruberò ogni colore.
Al mondo non rimarrà
che il nero del mio ombrello.
Quello che adesso
mi farà da bastone.

*

Al buio non le vedo, le mie dita.
Non c’è nulla che io veda più.
E il buio, al buio, non mi vede.
C’è solo nero qui.
Nient’altro che del nero cui badare.
Ma lontano scorgo una briciola di luce.
Piano affiora nel buio
un’arcana figura di cavaliere.
Incede lento come un dio del silenzio,
cavalcando un bianco unicorno.
Si fa vicino.
Ne vedo il volto, infine.
Sono io.
“Hidalgo”, dico.
E scacciando una lacrima
sorrido.

 

Author: inasherahart

Share This Post On